Siamo appesi al sottile filo dell’opulenza e del non necessario.
Ci riempiamo le case di cose che in fondo non utilizziamo, di strumenti che prendono solo spazio e polvere, che ci coccolano con la loro vacua presenza dandoci l’illusione di essere necessari.
Eppure sono lì, tutti quanti in fila come soldatini di piombo in bella mostra dietro una vetrina ma davanti all’ospite indesiderato che entra in casa nostra.
Questo è un punto su cui ho già riflettuto in passato ma ieri è nuovamente tornato evidente ai miei occhi quando ho contato quanti telefoni cellulari erano nel cassetto e con quale frequenza sono stati cambiati, dell’utilità che questi hanno avuto, le persone che ho chiamato con i modelli vecchi e che avrei potuto chiamare con i modelli nuovi… perchè i telefoni una funzione principale devono avere, il resto è un comodo plus…
Ovviamente è solo un pallido esempio ed il mio HTC è sostanzialmente un computer… sono anche io parte integrante di questo gioco dunque.
Se dovessi scappare per un fall-out improvviso, avendo poche cose da poter prendere con me cosa prenderei? Cosa lascerei?
Brutta domanda, eh?…
Ascolto… boh! Avevo un pezzo in mente questa mattina ma è volato via!
On the Avanoo
We’re balancing on the dangerous wire of opulence and of what’s not necessary.
We’re full of stuff… this word is the most appropriated since is too general and when things are too general it means we maybe don’t really need’em… stuff that is there just to waste some room and to get covered in dust.
Stuff that simply cuddles our souls with the illusion that it is needed for our lives.
But here they are, all those things like tin soldiers perfectly lined up behind the glass of the cabinet and in front of the uninvited guest of our houses.
I’ve already came to this point before but yesterday again, it came evident in front of my eyes when I’ve counted how many old mobile phones I own… phones that have been preciously stored in the drawer like in a safe. How frequently they have been changed… What’s the use of them all? The main feature is that they’re able to call people, the rest is a comfortable plus. But the people I’ve called with the old ones are the same I could call with the new ones and my HTC looks and acts like a proper computer… I am a part of the whole game then.
If I had to run and hide because of a fall-out what would I take with me knowing I have no room for anything? What would be left? Bad question, uh?
Listening to… dunnowhat! I had a song in mind early this morning but it’s gone!


Una volta si produceva in base alla domanda. Oggi, prima si produce e poi si ingenera la domanda. Questa è la logica purtroppo. Basti pensare che la capacità di un paese, qualunque esso sia, non è più valutata sulle risorse (naturali e non) ma sul PIL: quanto si consuma.
Detto questo, in caso di evacuazione improvvisa, prenderei – o cercherei di farlo – Dafne, l’ipod… poi boh…
Appunto! Scorte di cibo, coperte et similia neppure ci vengono in mente… partiamo dall’ipod! (Ok ovviamente Dafne, ci mancherebbe pure!)
Il punto è che da una prospettiva di politica economica abbiamo raggiunto una cosa che si chiama “frontiera della produttività” e quindi la nostra vita è basata su consumi apparenti. E’ anche cambiata la tendenza produttiva delle grandi industrie… se una volta un orologio, un’auto o una TV DOVEVA durare 20 anni e questo era il punto cardine della pubblicità… oggi ti spingono a sostituire questi beni così da non arrestarne la produzione… il punto è che siamo tutti vicini al crollo, ed è la cosa che mi fa più paura. Poi è bello vedere che non sono l’unico a pensarla così ma per quanto bello, non è abbastanza…
Grunt.
Sai Rob, ogni volta che mi fermo a riflettere su questi discorsi, mi torna in scritta fatta su un bancomat.
Diceva: “Produci-consuma-crepa”. Credo che – a tutti gli effetti – sia il sunto generale delle nostre vite. Lo so, è una brutta chiave di lettura, ma è questa.
Se ci fermiamo a riflettere sulla durata nel tempo di un oggetto, ci rendiamo conto che – non solo è prodotto per esaurirsi in tempi relativamente brevi – ma che, lo stesso oggetto, è strutturato in modo da essere addirittura riciclato. E’ assurdo.
E ancora più assurdo è che – se si provasse a fermare questa catena – la giostra collasserebbe all’istante.
Verissimo! Ma la giostra si è già fermata e nessun giostraio ha abbastanza palle da ammetterlo!
Il fatto di produrre ulteriore credito usando interessi sui prestiti è la cosa che ha permesso negli ultimi vent’anni all’economia di non collassare.
Il punto è che ora sono finiti i soldi in senso assoluto e quel che avanza non ci basta neppure per le piccole cose. Non è solo qui in Italia che si fatica ad arrivare alla fine del mese, questo lo sappiamo.
E’ che di base l’economia è bastata sullo sfruttamento. Fare soldi vuol dire sfruttare qualcuno che non può fare diversamente che “schiavizzarsi” per farteli godere.
Ora, nel momento in cui queste zone “schiavizzate” iniziano ad avere un briciolo di diritti sociali -giusti- e si affacciano all’economia globale, la concorrenza diventa così forte e competitiva che tutto il sistema precedente risulta essere inefficace.
Alcuni di questi Paesi poi (India e Cina su tutte) non hanno NEPPURE la base dei diritti civili e già sono pericolosi… fra dieci anni verremo colonizzati da loro e non ci sarà speranza di fare diversamente.
Esiste ancora l’Africa da tirare su e far lavorare ma per come sono messe le cose non vedo il futuro roseo in prospettiva.
Quel che hai letto quindi, hai ragione, è agghiacciante ma vero, produci, consuma e crepa, aggiungerei che è anche meglio se consumi più di quel che potresti permetterti…
Grandi CCCP…quella frase e’ emblematica.
Sai come la penso a riguardo maifrèn…
Oh iès ai nòu maifrèn
non solo di lusso parliamo, no?, perché io non butto via niente…
Odio le domande di quel tipo (che cosa porteresti se…).
Baci!
Oramai non c’è più differenza fra lusso e necessario, o per lo meno è molto minore di quanto potesse esserlo venti anni fa… pensaci!
Non so che canzone avevi in mente, ma banalmente mi sono venuti in mente due pezzi, Money dei Pink Floyd e Money for Nothing dei Dire Straits.
Sarà che in questo periodo sto imparando a fare di necessità virtù accorgendomi, ogni giorno di più, che il desiderio di abiti, accessori, tecnologie e surplus vari è solo un momentaneo tentativo di evasione. Quello che abbiamo basta e avanza; quello che ci serve veramente non si trova né in un paio di scarpe, né in una borsa nuova; piuttosto in un sorriso, in un abbraccio o anche nelle parole di chi sa starci accanto anche quando è difficile.
eheheh non ricordo il pezzo ma non era nessuno dei due!
una cosa verissima però l’hai detta, è tutto nella nostra testa, sempre!
Rob, viviamo nella società del superfluo e dell’usa e getta, ne siamo tutti coinvolti. È un modo di vivere insostenibile (guarda cosa sta succedendo all’economia globale, che si è evoluta, come un virus mutante, in modo indiscriminato verso questa direzione).
Almeno persone come te se ne rendono conto e ne discutono.
Il peggio è non ammetterlo e chiedersi cosa sia andato storto.
Noi siamo andati storti.
Un saluto dall’Irlanda
Martina, ma se ci chiedessimo “Dove abbiamo sbagliato?”… saremmo in grado di capirlo? Non dico di tornare indietro e rimettere a posto le cose perchè sarebbe pressochè impossibile… ma capirlo almeno?